- Gestire l’imperfezione – “Nessuno è perfetto. I più bravi corrono verso la perfezione sapendo che non la raggiungeranno mai”.
- Individuare le priorità – “Consiste, al mattino, nel fare prima la doccia e poi vestirsi. Sembra banale, ma conosco tante persone molto più intelligenti di me che non combinano niente perché si svegliano al mattino con mille cose da fare e vogliono farle tutte”.
- Teoria dei contrasti apparenti – “Come mi ha insegnato mio padre, bisogna mettere insieme valori contrastanti. Ad esempio, mettere insieme autorevolezza e informalità. In Eataly abbiamo cercato di fare questo: piatti autorevoli in un contesto informale”.
- Pensare locale e agire globale – “L’Italia è pari allo 0,5% della superficie del mondo e ha lo 0,83% di abitanti del mondo. Nel mio settore, Coop ed Esselunga sono i migliori al mondo a far supermercati, ma sono a litigare per una licenza a Cinisello Balsamo. Intanto gli altri supermercati sono andati nel mondo. Dobbiamo pensare locale e agire globale. Questo vale per tutti i settori”.
- Saper narrare – “La gallina ha inventato il marketing, non Kotler: lei fa l’uovo e fa coccodè e il contadino va a prenderlo. Il tacchino fa un uovo enorme e non lo dice al contadino. A me è andata bene con Eataly perché ho investito in un mercato dove non c’era narrazione”.
- Rispetto non per senso del dovere, ma per senso del piacere – “Mi devo comportare bene perché sono ‘figo’. In USA ci si vergogna a dire che non si pagano tasse. La parola rispetto, oggi, significa creare posti di lavoro, insegnare un mestiere e dare un contratto a tempo indeterminato a chi ha imparato”.
- Mai arrendersi – “Esiste un confine tra difficile e impossibile. E’ importante dedicare tanto tempo al difficile, ma non bisogna perdere tempo nelle questioni impossibili”.

Com’è fare impresa in Italia?
Da un lato è meraviglioso, perché l’Italia è un Paese che si presta da morire a fare impresa. Chi non fa impresa in Italia potendolo fare, sbaglia. C’è una dicotomia tra le potenzialità e i risultati. Siccome i risultati sono ancora così bassi, se uno sa sfruttare bene le potenzialità, diventa un grande imprenditore. Perfino uno come me, che non ha grandissime capacità riesce a diventare un “figo pazzesco” semplicemente perché utilizza la biodiversità italiana, che non ho creato io. C’era, c’è sempre stata ed è una meraviglia!
Dall’altro lato è difficile, perché siamo un Paese un po’ complicato, perché per una serie di ragioni abbiamo fatto scrivere le regole a persone non troppo competenti. E chi non è molto competente, per scrivere una regola impiega 182 pagine. A chi è molto competente basta scrivere quattro righe. E quando hai regole di quattro righe “viaggi” come imprenditore, mentre se hai 182 pagine sei sempre bloccato. In più, abbiamo creato troppe corporazioni, ognuna a difesa della propria categoria. Ma soprattutto abbiamo messo troppi controlli. Che da un lato è positivo: il cibo italiano esportato è il più igienico al mondo perché abbiamo una catena di controlli molto severa. Però poi abbiamo esagerato, per cui ad esempio i piccoli produttori che in Italia producono vino hanno undici enti che li controllano, mentre in Francia ce ne sono solo due! Quindi vuol dire che il contadino italiano passa almeno tre mesi l’anno in mezzo alle scartoffie, il francese dieci giorni e quindi ha un vantaggio di due mesi e venti giorni per andare in giro per il mondo a vendere vino. E infatti ne vendono più di noi: non in termini di ettolitri, ma di prezzo!